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PERSONAGGIO BIBLICO …. IN CITTA’

PERSONAGGIO BIBLICO …. IN CITTA’

guardarsi allo specchio alzando lo sguardo

Sono andato a trovare Mosè. Non preoccupatevi: non ho usato la macchina del tempo, non ho fatto un salto millenario all’indietro nelle pagine famose della storia. Il mio Mosè non è un condottiero di popoli, un frequentatore del roveto ardente; non è stato trovato in un cesto di vimini trasportato dall’acqua del Nilo né è cresciuto nelle stanze dorate della figlia di un faraone.

Il mio Mosè è un semplice ometto di questo quartiere con la sua bella montagna di anni sul groppo, con le mani grandi e uniche, asciugate dal sole e levigate dal vento nei tanti anni di duro lavoro della terra basilicata. Sono mani che custodiscono “saperi” antichi e che hanno trasformato l’esperienza in sapienza. Su quelle mani sono impresse storie di vita e di sacrifici. Il suo volto trasmette immagini di strade e di percorsi d’addio. Quando la vita si era fatta più dura, per guadagnarsi il pane quotidiano con un onesto lavoro, ogni partenza approdava ad una meta ed ogni meta diveniva poco dopo una partenza nuova. Fino ad arrivare qui dove una terra per lui lontana è divenuta finalmente la sua casa.

Nel suo parlare concitato, raccontando aneddoti e ricordi, Mosè ti avvolge in una nube di speranza e fiducia: verso la vita, verso il mondo e l’uomo, verso Dio. Un pezzo di pane, adagiato in un tovagliolo sul tavolo, è una benedizione; la frutta di vari colori, dentro un cestino, evoca la vita, la forza del seme, la terra che per tanti anni è stata l’orizzonte del suo lavoro; il piccolo letto ben fatto e ordinato è il diritto al riposo per chi fatica e lavora tante ore al giorno; quei 10 euri in moneta raccolti in una bustina trasparente sono il debito da pagare alla vicina di casa che gli ha fatto la spesa; i quadretti raccolti a mò di altarino su una mensola con le fotografie di parenti morti e vivi materializzano gli affetti e i legami familiari. Di ciascuno custodisce una storia, un racconto di vita, di gioia o di sofferenza non importa: è il mistero del vivere. Mosè ne ha passate di tutti i colori: ma è sereno, in pace.

Un rosario circonda il crocifisso appeso sopra lo specchio della camera: Dio ci vede – mi dice – e ci accompagna sempre. Noi talvolta ci guardiamo allo specchio e vediamo solo noi stessi: ci specchiamo, ci sistemiamo e usciamo per affrontare le giornate. Ma se solo alzassimo di più lo sguardo capiremmo che Lui c’è: ci guarda, ci benedice, ci parla. Questo anziano mi sembra uno di quei preti che quando predicano incantano: ma è semplicemente un ex contadino, un uomo che ha vissuto la maggior parte della sua storia. Ora vive umilmente il tempo della sua vecchiaia, con sapienza.

Gli ricordo che papa Francesco diverse volte, parlando di noi cristiani, ci invita a trasmettere la speranza di Gesù risorto e a non avere “facce da funerale”, perché spesso si notano “atteggiamenti più da corteo funebre che di persone che sanno lodare e vedere i doni di Dio”. Mosè mi sorride e mi dice solo poche parole: se alzassimo di più lo sguardo…riempiremmo d’amore il nostro cuore.

Salutando quest’uomo che rimane un toccasana nei momenti di “secca”, mi sale il pensiero che è tutta una questione di sguardo e di sguardo purificato. Vedere il mondo con uno sguardo di fede. Cercare il bello, vedere il positivo, abbeverarsi di speranza, custodire la fiducia non sono azioni di coloro che definiamo essere idealisti o astorici; sono azioni di chi sa rendere grandi le piccole cose, di chi apprezza l’attimo di oggi sapendo che è comunque un di più rispetto a quello di ieri; di chi ancora sa il calore e la forza che può dare una semplice stretta di mano.

Vedere con lo sguardo della fede la famiglia, la comunità, la persona che ti sta oggi accanto o che incontri vorrei fosse il cammino di questa Quaresima che inizia.  In essa “il sacrificio” che offri, “il fioretto” che fai, “l’impegno” che ti prendi, è quello educarti allo sguardo di fede: vedere il bene, il segno buono di Dio; regalare fiducia dentro la tua concreta e grezza quotidianità; non abbassare lo sguardo come se fossi sconfitto ma trarre dal Cielo sempre nuova luce per procedere oltre al buio.

L’idea che il tempo di Quaresima sia un’occasione propizia per spogliarsi di ciò che è superfluo e divenire così più essenziali e pacificati con Dio e con gli uomini continua a tracciare la via: avere perlopiù facce da funerale vedendo quasi sempre ciò che non va; pensare a distruggere, con azioni e parole lamentose, piuttosto che costruire, sono pesi dai quali liberarci, zavorra che appesantisce i nostri animi e mina le nostre relazioni. Vi auguro un consapevole cammino di Quaresima dove la fiducia risiede nel credere di riuscire ad avere uno sguardo evangelico perchè il Signore, per primo, lo posa su di noi. Ogni giorno.

                                                                                                       don Adriano