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STUPIRSI ANCORA

STUPIRSI ANCORA

 POSARE LO SGUARDO SULL’UOMO CHE VIVE

Questa mattina apro la chiesa, spero in orario. C’è sempre qualcuno che fuori aspetta e desidera farsi il segno della croce con l’acqua benedetta prima di prendere la metrò alle 7.30 per recarsi al lavoro. L’acqua benedetta porta bene dicono, comunque non fa male, e in qualche maniera ci si sente protetti. A volte però faccio fatica ad alzarmi o mi attardo in piccole faccende e così la chiesa la apro 5 minuti in ritardo. L’amico lavoratore è già passato e comincerà la sua giornata senza l’acqua miracolosa. Mi dispiace.

Alessia come un orologio svizzero, tenendo la mano di suo papà, passa davanti alla chiesa tutte le mattine alle 8.06. Sta andando alla Scuola Materna. Appena arriva all’altezza della rampa sgancia la sua manina dalla presa sicura di suo padre, sale sul sagrato, l’attraversa tutto presentando con le sue gambette una corsa scomposta e scende dalla parte opposta. Papà intanto accompagnando Alessia con lo sguardo ha fatto il segno cristiano rivolto alla croce che sta sul tetto della Chiesa. La coppia si ricompone e tranquilla, prosegue. Un’auto benedizione volante è anch’essa un principio di promessa.

C’è anche un barboncino bianco che entra in chiesa la mattina. Quasi tutti i giorni. E’ educato e silenzioso. E’ una mucchietto di peli bianchi di 40cm circa. Di solito sta in braccio alla padrona. Qualche volta scodinzola al guinzaglio. Se uno non vedesse il musetto e gli occhi neri lo scambierebbe per quei moderni robot a forma di disco che puliscono i pavimenti. Beh, un modello avanzato s’intende. Intanto che il barboncino si guarda intorno, la signora prega. Venuto il momento escono entrambi, con passo felino.

Lì sulla destra, vicino al mio confessionale, una persona minuta tiene il capo chino. Aspetto un po’, osservo, mentre scorro le righe del breviario. Poi mi avvicino e chiedo se va tutto bene. Scuote la testa, piange. Mi infilo silenzioso nel confessionale, accendo la luce e attendo. Di lì a poco si apre la porta del penitente e lo sconosciuto del mattino si lascia andare in un fiume di parole e singhiozzi. Dall’altare il crocifisso esposto per la preghiera, ci guarda.

Questo è il mio sguardo sull’inizio di una normale giornata. Si presenta ai miei occhi come l’insieme di tanti quadretti di umanità semplice che si muove, che vive, che compie i suoi riti quotidiani con estrema libertà e disinvoltura. Il sacro e il profano camminano a braccetto. Di norma non ci accorgiamo ma qualcosa sempre si muove nelle persone; ci verrebbe da sorridere o giudicare alcuni comportamenti che notiamo ma l’altezza o la profondità dell’animo di ciascuno, in fondo, non la possiamo misurare. Il rispetto chiede diritto di cittadinanza.

Quando però mi accorgo che non riesco più a stupirmi della diversità delle persone e che faccio fatica ad osservare in modo attento e disarmato l’umanità che mi circonda, mi rattristo. Vuol dire che non ho più tempo da regalare, fosse anche solo uno sguardo; non ho più tempo per sostare, fosse anche un solo minuto, nel cogliere le sfumature, ricche di sorpresa, di quanti vivono attorno a me il mistero del tempo che ci è dato. Ho fagocitato tutto il mio tempo per me; io esisto prima degli altri: questo vizio dell’umanità benestante ci porterà verso la solitudine.

Dostoevskij ha lasciato scritto che la bellezza salverà il mondo. Qualche settimana fa dicevo in un’omelia che davanti all’icona di Gesù che parla con la Samaritana si potrebbe invece pensare che il mondo sarà salvato da chi ancora ha il coraggio di innamorarsi e di appassionarsi per la gente, per le sue fatiche e le sue paure, per i suoi riti; salverà il mondo chi, dentro la centrifuga dei ritmi della società, sa fermarsi ad ascoltare e “perdere tempo” lasciando che l’uomo che è dentro ciascuno esca; che la persona possa esprimersi per quello che è senza la paura di essere formalmente ripresa e giudicata.

Una delle povertà più silenziose che dilaga adagio adagio tra le pieghe disordinate dei nostri giorni è l’incapacità o l’impossibilità di essere ascoltati e di ascoltare; l’assenza del desiderio di raccontare stupiti l’umanità che vive. La fretta, la ricerca esasperata dell’efficienza, lo schematismo eccessivo delle giornate, la burocratizzazione onnipresente e il pensiero che tutto sia indispensabile, ci soffoca. Senza aria, l’aria buona, l’uomo muore.

Un passaggio del vangelo di Risurrezione ci consegna un’immagine plastica ed eloquente: “Un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa (Mt28,2b). L’angelo che sta seduto, tranquillo e beato, sulla pietra di morte è lo stesso che ha annunciato: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto (Mt28,5). Il messaggio pasquale contempla appunto l’annuncio che la pietra che chiude, che isola, che separa, che nasconde e che crea distanza tra il luogo dei morti e dei vivi e dei vivi tra di loro, questa pietra è stata rotolata via e bloccata perché non serve la vita buona e vera dell’umanità. La vita risorta non genera distanze ma abbracci di comunione. Dovremmo vigilare quindi su tutti i nostri tentativi perlopiù ignari e maldestri di ricollocare la pietra tombale sulle vie d’ingresso delle relazioni e degli incontri, dello scambio di pensieri ed esperienze senza le quali ci chiuderemmo in una solitudine forse adagiata e dorata ma a lungo andare soffocante.

Che il giorno di Pasqua ci faccia spalancare le finestre su un nuovo mattino e che l’aria fresca della vita e dell’incontro avvolga i nostri spazi e riempia i nostri giorni.

                            A tutti, anche a nome dei miei confratelli e delle consacrate della Comunità,

auguro una buona e santa Pasqua.

                                                                                                                                                                          d.Adriano